Intervista a Giovanni Tommasini


Giovanni Tommasini, oggi scrittore ed educatore sociale, ha alle spalle un passato non facile, vissuto all'interno di un contesto familiare violento e burrascoso. Oggi, a distanza di molti anni, ha avuto la forza di mettere nero su bianco il suo vissuto all'interno del libro "Una vita senza", in vendita dal 5 settembre 2017 per Bolognese Editore. Noi di Writer's Channel lo abbiamo intervistato per conoscerlo più fondo. Di seguito l'intervista.


1. Di cosa parla "Una vita senza"?
 Si parla di una storia di quotidiana resilienza, questa capacità naturale che esprimono tutti i bambini ad essere sempre pronti a ridefinirsi dopo ogni situazione, anche le più avverse. Il tema è fondamentalmente cosa rimane in noi di quel vissuto precoce che era impossibile allora da accogliere e registrare in un discorso fatto di parole rassicuranti. Flash relazionali, immagini, sensazioni, umori, rimasti incollati a noi come tatuaggi marcati a fuoco dalla violenza, dagli insulti, dalle denigrazioni di chi ha messo al mondo figli senza mai porsi l'obiettivo di costruirsi una precisa e adulta identità genitoriale.
Un'eredità che portiamo in noi tutta la vita. Una volta usciti allo scoperto la realtà si pone come un doppio click sulle soluzioni chimiche emotive che rimaste in noi chiedono di essere finalmente tradotte in un discorso che possa tradurre e rileggere le pagine che quel bambino ha messo da parte per poter rimanere aggrappato ad una vita che tutto gli proponeva tranne che motivi buoni per essere vissuta. Ho scritto "Una vita senza" per restituire la mia scelta di esprimere la resilienza nella ricerca delle parole per dirlo. La sofferenza che senza un apparente perché esplode in noi in ogni momento della nostra vita, può essere accettata, accolta, e guardata negli occhi. La sostanza per risolverla, dai più trovata in altre, ben più potenti, soluzioni chimiche, può essere cercata e trovata in noi, in una revisione del testo mai scritto e nella ricerca di quel senso che negli anni più teneri della nostra vita non era possibile trovare.Si parla di tutto ciò. Espresso in un diario e un dialogo. Espressioni della volontà di un bambino di rispondere al peggio intorno a lui con la voglia di vivere.

2. Cosa ti ha portato a scrivere questo libro?
Questo libro è stato scritto senza rendermene conto. Mentre stavo scrivendo la prima bozza di un prossimo progetto editoriale che ho provvisoriamente intitolato "Prodromi"  ho notato che l'elemento di collegamento tra le storie narrate (le assistenze domiciliari vissute dopo la "Prima" indimenticabile e fecondante fatta a Cesare e narrata nel mio secondo libro "Sono Cesare...Tutto bene") era un'alta storia che poteva essere tolta dal testo è vivere di vita propria. Così è nata "Una vita senza".
Era assolutamente già in me, ben chiaro e maturo, ho capito che dovevo solo star fermo e permettere alle parole di portarsi alla luce. Ho solo accondisceso il testo in me, lavorato in un percorso di analisi del profondo iniziata nel lontano 1994 e non ancora finita, anzi con sempre più piacere portata avanti, ancor più dopo l'inizio della mia avventura di scrittore per caso cinque estati fa.
Scrissi le prime tre pagine di un racconto "Piccoli inconsapevoli eroi del baseball" e le mandai a varie case editrici. Mi chiamò Fabio Mancini della casa Editrice G.D'Anna. Mi chiese tutto il racconto. Andai a rivedere la mail di accompagnamento. Mi ero dimenticato di scrivere che erano sì le prime pagine, ma anche le uniche.
Scrissi tutto il racconto... E niente fu più come prima...
E ora sono qui a rispondere su cosa mi ha portato a scrivere "Una vita senza".
Una Vita Senza. È la risposta più precisa a questa seconda domanda....

3. "Una vita senza" è un libro fortemente introspettivo. Cos'hai provato mentre lo scrivevi?
Ho riscritto il testo di "Una vita senza" tre volte. Mi capita spesso di piangere mentre scrivo. È stato così per tutti i libri (tre) che sino ad ora ho scritto. La scrittura per me è una terapia violenta. Per cui come posso dare una risposta a questa domanda. È molto più che un'emozione o un sollievo. È la mia vita. La ricerca delle parole per dirlo è stata la via maestra cercata e scelta per salvarmi da tutto ciò da cui son scappato e che inevitabilmente è in me ovunque sia. Scrivo per rimanere aggrappato alla vita, l'ho sempre fatto e "Una vita senza" ne è la testimonianza. Un bambino, un adolescente, che chiedeva l'accoglienza, l'ascolto, l'amore mai vissuto alla pagina bianca di fronte a lui.

4. Che effetto fa rileggere quello che hai scritto?
Rileggere è fondamentale, è l'unica possibilità di ripensare a ciò che è stato, e ogni volta tradurre il testo in modo diverso. Non esiste una rilettura identica all'altra. Per nostra fortuna. Ogni volta che rivedo le mie pagine vorrei scriverne altre, nella prospettiva di un testo sempre sensibile al cambiamento e sviluppo continuo.

5. Il libro ha la struttura di un diario personale. Cosa ti ha spinto a dire: lo voglio pubblicare?
Uno dei possibili sottotitoli era "A nessuno mai più".
Ho deciso di pubblicare "Una vita senza" per dare una testimonianza e restituzione dell'esperienza di una vita vissuta alla ricerca di un senso a ciò che è stato solo un incubo al quale non si poteva dare una risposta nel qui e ora. "Una vita senza" è la risposta data ripensando al là e allora. Perché se fare un figlio è naturale, genitori bisogna diventare. La mia idea è la speranza che la lettura di un diario e un dialogo intimo possa dare la possibilità di una profonda riflessione sia da parte di chi ha subito, sia da chi ha agito.

6. Ti sei ispirato a qualche stile letterario specifico?
Gli unici momenti della mia vita in cui ho visto mio padre calmo e tranquillo era quando aveva un libro in mano. Negli sconfinati, apparentemente infiniti e angoscianti, momenti di solitudine in casa mia ho trovato anch'io sollievo nella lettura. Ero circondato da libri e per mia fortuna dei migliori autori possibili da incontrare. Per cui ho fatto delle vere e un amicizie. Con Proust, Marx, Musil, Pessoa, Bukowski, Fante, Pasolini, Arbasino, Sbarbaro, Penna, Calvino, Carver, Bernhard, Fenoglio, Bilenchi, Tondelli, Nori, i primi che mi vengono in mente. Naturalmente da tutti sono stato fecondato e non mi permetterei mai di citare qualcuno di essi come mia fonte di ispirazione. Mi considero uno scrittore per caso e definisco questa avventura che mi ha portato a pubblicare con "Una vita senza"  come un inaspettato regalo che la vita mi ha riservato. E proprio per questo ancor più gradito.
Per quanto riguarda lo stile, sogno di avvicinarmi alla magia narrativa di John Fante.

7. Pensi che il messaggio racchiuso all'interno di "Una vita senza" sia universale o diretto a qualcuno in particolare?
E' intimamente universale, in quanto rappresenta ciò che ognuno di noi porta con sé. The dark side of the moon. La parte più rara e preziosa che fa di noi un'opera d'arte. Ci sono due modi per riviverla: negarla e ripeterla in una ridondanza senza fine, oppure coraggiosamente portarla alla luce, per rieditare il nostro passato e scegliere di vivere nella consapevolezza e nel rispetto di noi stessi e dell'altro. La fine e l'inizio di una nuova vita. La nostra. Una Vita Senza.

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